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La strada dello swing, di Billie Holiday

Puoi vestirti da capo a piedi di lustrini con le gardenie nei capelli, mille miglia lontano dalla più vicina canna da zucchero, e nonostante ciò sentirti ancora in mezzo alla piantagione, con lo stesso clima, gli stessi umori, le stesse regole. Guarda per esempio la Cinquantaduesima Strada intorno al millenovecentoquaranta: era considerata una cosa favolosa, la via dello swing la chiamavano, musica scatenata in centinaia di locali, la “nuova” nusica. Si permettevano di chiamarla nuova, tutti quei milioni di babbei, perchè nessuno di loro evidentemente si era mai spinto fino alla Centotrentunesima Strada. Se ci fossero andati avrebbero potuto conoscerla vent’anni prima. Quando alla fine questi visi pallidi arrivarono a digerire lo swing, un nuovo tipo di musica già si stava suonando in tanti posti di Harlem: quello stile che poi, dieci anni dopo, diventò a sua volta ‘ nuovissimo ‘ quando i ragazzi bianchi giù in centro riuscirono a ficcarsela nella zucca. Comunque sia, da un capo all’altro della Cinquantaduesima Strada avevano attaccato a fare swing a tutto spiano, ma non trovavi un viso nero in tutta la sua lunghezza eccettuato Teddy Wilson e me. Teddy suonava il piano negli intervalli al Famous Door, e io cantavo.

Non c’era da raccogliere cotone tra Leon & Eddie’s e l’East River ma credimi, da qualunque punto di vista tu la guardassi, era vita da piantagione.

Billie Holiday, La Signora Canta il Blues, Universale Economica Feltrinelli.

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