Benny Goodman al Palomar Ballroom di Los Angeles

L’orchestra aveva perso gran parte del mordente, quando nell’estate del 1935 si mise in viaggio per un giro di concerti da una costa all’altra degli Stati Uniti. Dopo i primi insuccessi cominciammo a pensare che forse lo swing non sarebbe mai diventato un fenomeno di massa. Allungare il buon vino degli arrangiamenti di Henderson con la troppa acqua dei banali motivetti cantati, per tentare di assecondare quelli che pensavamo fossero i gusti del pubblico, aveva rovinato tutto ciò che di buono era stato fatto l’anno prima. Il programma radiofonico Let’s Dance sponsorizzato dalla National Biscuit Company, le prime incisioni, l’entusiasmo degli inizi sembravano svaniti. Nell’agosto del 1935, quando arrivammo a Los Angeles per l’ultimo concerto del tour, il morale di tutti era veramente a terra. ‘ Dopo il Palomar si va tutti a casa ‘ disse Goodman a Gene Krupa. Gene lo guardò negli occhi e non rispose. C’era qualcosa nell’aria quella sera.

Il concerto iniziò e dopo le prime note un gran numero di ballerini si precipitò nella pista. Tutti saltavano e si dimenavano sfrenati dimostrando di conoscere i nostri arrangiamenti. Quando venne il momento di suonare King Porter Stomp fu l’apoteosi. L’esecuzione fu quasi perfetta, tanto quanto fu impeccabile e magistrale quella registrata prima di lasciare New York per la costa ovest. L’arrangiamento di Fletcher Henderson conteneva tutti gli ingredienti che fecero dello swing un grande successo. Il forte sapore di Harlem riveduto e corretto quanto basta per poi essere venduto ad un pubblico vasto di bianchi e di neri.

Ma il vero segreto di quella notte al Palomar furono i ballerini. La fascia radiofonica della tarda sera che avevamo occupato con Let’s Dance, ‘ per lo più non era ascoltata dagli abitanti della costa est che andavano a dormire prima, ma era ascoltata dalla California in prima serata. Quando andammo a suonare nella costa ovest, le folle di ballerini ascoltavano già da mesi gli arrangiamenti di Fletcher Henderson ed erano pronti ad accogliere il loro nuovo eroe ‘ (1). I ballerini volevano ascoltare la musica di qualità, e preferivano gli arrangiamenti migliori e più avanzati che l’orchestra avesse da offrire.

L’eco del successo si diffuse rapidamente. Dopo la California andammo a Chicago, al Congress Hotel dove avevamo un contratto per tre settimane ma restammo otto mesi. Il jazz stava diventando un fenomeno di massa che univa giovani bianchi e neri in una pista da ballo, e ‘ per qualche anno non ci fu musicista più popolare dell’occhialuto clarinettista di Chicago ‘ (2).

  1. G. Shuller – Il Jazz. L’era dello Swing, pag. 20 nota 36.

  2. A. Polillo – Jazz, pag. 469.


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