Il Lindy hop

Il Lindy hop è una danza swing afroamericana nata ad Harlem, New York, negli anni '20 - '30 del secolo scorso in un'epoca immediatamente precedente al periodo della grande depressione, una crisi economica e sociale di enormi dimensioni scoppiata con il crollo di Wall Street del 24 ottobre 1929.

Il lindy hop si balla prevalentemente in coppia ma esistono routine che prevedono dei passi da esegure da soli (solo steps). La struttura della danza è in 8 tempi. Il lindy hop è una danza con numerose figure ed acrobazie ed include elementi derivati dal charleston, dal tip tap, dallo shag e dal cakewalk.

Nell'epoca della musica swing il lindy hop è stato un vero fenomeno di massa. Centinaia di ballerini senza discriminazioni di razza affollavano le ballroom americane dove si esibivano le grandi orchestre swing. Il lindy hop è stato negli anni trenta e quaranta del secolo scorso un vero esempio di integrazione culturale tra bianchi e neri ed insieme allo swing fu il primo fenomeno sociale trasversale nella storia degli Stati Uniti.

(testo tratto dalla voce Lindy hop su Wikipedia)

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domenica 18 maggio 2008

A Rimini i prossimi campionati italiani di lindy hop

Dal 27 giugno al 6 luglio in occasione dei campionati di danza sportiva

Dal 27 giugno al 6 luglio la Fiera di Rimini sarà invasa da oltre 20.000 atleti, tra i migliori anche in ambito internazionale, che si contenderanno i tricolori su ogni specialità della Danza Sportiva. tra cui anche il lindy hop che è una delle discipline riconosciute dalla FIDS.





Henric & Joanna and Vincenzo & Isabella

Henric & Joanna and Vincenzo & Isabella "Tutti Frutti" Lindy hop Performance in Oslo at Winterjump Camp 2008.


mercoledì 7 maggio 2008

Harlem Hot Shots - Basie Centennial Ball 2004

Harlem

In confronto a molti Newyorkesi, gli afroamericani non erano immigrati in America: erano lì da troppo tempo per essere considerati tali. Tuttavia non era permesso loro di integrarsi nella società a causa del razzismo.
Il primo tumulto razziale a New York fu nel 1712, ce ne fu uno nel 1935 e molti ce ne sarebbero stati negli anni 40. Perchè la gente nera andava a vivere ad Harlem?

Fortune Magazine aveva la seguente spiegazione: ' la prima risposta ovvia è che ci sono pochi altri luoghi dove essi vengono accettati; ma un'altra ragione è che ai neri piace Harlem. La maggior parte di loro diceva: preferirei piuttosto essere un lampione in Lenox Avenue che il governatore della Georgia '. Il politico nero Herbert Bruce rifiutò di assistere al Congresso del Partito Democratico nel 1936 poichè non voleva ' andare lontana da casa per essere trattato da Jim Crow '.

Non si mescolarono
Negli anni 30 i neri ed i bianchi normalmente non si mescolavano. Ricorda Al Minns: ' I neri difficilmente avrebbero mai lasciato Harlem; la maggior parte dei neri nati ad Harlem, fino alla seconda guerra mondiale raramente lasciava Harlem a meno che non andassero giù al sud; e molti pochi bianchi, a meno che non avessero degli affari, venivano ad Harlem, eccetto che per andare al Savoy, allo Small Paradise – ovunque ci fosse intrattenimento trovavi la commistione delle razze '.

Passeggiando sulla Settima Strada
La settima strada era un viale per lo struscio e il passeggio. Nessuno andava in strada senza apparire al meglio; tutti procedevano con calma, nessuno camminava velocemente. Al Minns ricorda: ' mi ricordo di quando ero un ragazzino nei primi anni 30 e fino alla seconda guerra mondiale, il sabato sera era una cosa multirazziale, bianchi, rossi, cinesi, ognuno poteva camminare su è giù per la via, si poteva andare ovunque, ma dopo la seconda guerra mondiale cambiò tutto. '
Cantanti come Le Andrews Sisters e Bing Crosby vevivano ad Harlem per raccogliere l'ultimo slang. I segregazionisti trovavano questo miscuglio scioccante e i moralisti vedevano i ballerini neri rozzi e sconvenienti.

La società di Harlem
Nei primi anni di questo secolo, potevi essere un cittadino importante ad Harlem se avevi un lavoro come conducente di pullman, ma nel 1940 dovevi essere istruito e lavorare come medico o essere nel servizio civile. In cima ai ranghi sociali di Harlem c'erano le poche professioni, come medici, legali, insegnanti e ufficiali di governo. A quei tempi c'erano 250 medici neri e 150 dentisti a New York. La vera gente di società viveva o in Strivers' Row o a Sugar Hill. Era molto più facile per un nero di carnagione chiara essere accettato in società, poichè molti guardavano male quelli che avevano la pelle più scura di loro.
Scrive Fortune: ' Un'ombra di colore non è una barriera assoluta nella società di Harlem, ma ad una festa formale, ad un ballo dato dagli Alcidians al Savoy, diciamo, o al Gay Northeasterners al Renaissance, probabilmente c'erano meno neri di pelle scura che di pelle chiara '. Chick Webb e le altre orchestre dovevano suonare i valzer a questi balli di società.

Gimme a pigfoot

' Le feste a pagamento (rent parties) cui presi parte, e che si tenevano la sera del sabato, erano spesso più divertenti di ogni locale notturno. Avevano luogo in appartamenti che Dio sa chi abitasse - perchè di rado ci abitavano gli ospiti - ma spesso il pianoforte era accompagnato da una chitarra, o da una cornetta scompagnata, o da qualcuno che capitava con un paio di tamburi.

Si poteva comprare per pochi cents della atroce acquavite di contrabbando, del buon pesce fritto e delle fumanti interiora. Ballo canzoni e improvvisate continuavano finchè l'alba sfiorava le finestre. Queste feste, che spesso erano definite "ricevimenti o balli intimi", si annunciavano di solito con manifesti vivacemente colorati, affissi alle porte degli ascensori. Quasi ogni sabato sera, quando abitavo ad Harlem, andavo a queste feste. Ci scrissi su decine di poesie e divorai quintali di pesce fritto e di zampe di maiale con i relativi rinfreschi. Vi conobbi cameriere e autisti di camion, operai e lustrascarpe, sarte e portieri. Ho ancora nelle orecchie le loro risate, la lenta, soffice musica; sento ancora tremare il pavimento mentre le coppie ballano ' (Langston Hughes, The Big Sea, Alfred A. Knopf, New York 1945; ed italiana: Nel mare della vita, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1948).

' Gimme a pigfoot ', una famosa canzone cantata da Bessie Smith offre una descrizione intensa e realistica dell'atmosfera di un rent party. Ecco le parole tradotte da Arrigo Polillo (in Jazz, Mondadori, 1997).




Su ad Harlem ogni sabato sera,
quando i negri si riuniscono l'ambiente è fantastico;
tutti si riuniscono per un ballo che dura tutta la notte,
e quello che fanno è 'tut!, tut!, tut!'.
La vecchia Hannah Brown che sta dall'altra parte della città
si riempie di whisky e si mette a ballare il breakdown;
e all'alba potete sentire la vecchia Hannah che dice:
' Dammi una zampa di maiale e una bottiglia di birra,
mandami in estasi amico, che non me ne importa niente;
ho proprio voglia di fare la matta,
dai da bere al pianista perchè mi sta deprimendo.
Ha del ritmo si', quando batte il piede,
mi manda dritta a dormire;
state bene attenti che non vi trovino i rasoi e le rivoltelle,
dobbiamo ballare tutti quando arriva il carrozzone [della polizia];
voglio una zampa di maiale e una bottiglia di birra;
mandami in estasi che non me ne importa niente; stendimi perchè non me ne importa.
Ballate lo shimmy fino a quando spunta il sole;
dammi una sigaretta di marijuana e un bicchiere di gin:
stendimi, perchè sono in peccato; stendimi perchè sono piena di gin '.

Mario Sabatino

Frankie Manning

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Frankie Manning

Frankie Manning (Jacksonville, 26 maggio 1914) è un ballerino statunitense. Ballerino di Lindy Hop, di cui è innovatore e coreografo, inizia a ballare ancora adolescente all'Alhambra Ballroom in Harlem, New York, per poi approdare al Savoy Ballroom, dove le più grandi orchestre swing degli anni '30 si sfidavano davanti a migliaia di ballerini scatenati.

Frankie muove i primi passi ispirandosi alla prima generazione di lindyhoppers, guidata da George "Shorty" Snowden e Leroy "Stretch" Jones, per poi acquisire il suo inconfondibile stile che gli ermetterà di sconfiggere i suoi maestri nelle agguerrite gare di ballo che si svolgevano al Savoy. È l'artefice di numerose innovazioni stilistiche, con le sue acrobazie e la tipica posizione del corpo con il busto inclinato in avanti.
Il Savoy Style è una sua creazione. Viaggiando per il mondo come coreografo e ballerino della compagnia Whitey's Lindy Hoppers, nel periodo che va dalla fine degli anni '30 ai primi anni '40 del secolo scorso, ha contribuito grandemente alla diffusione del lindy hop.

Sua è la famosissima scena di ballo nel film Helzapoppin' (1941), numerose le partecipazioni in film Mannhattan Merry-Go-Round (1937), Jittering Jitterbugs (1938), Hot Chocolates (1941), Radio City Revels (193?) Killer Diller (1948), Malcolm X (1992), Stomping at the Savoy (1993) e documentari (The Spirit Moves, Call Of The Jitterbug, 20/20 - Back into Swing 7/23/89 National Geographic: Jitterbug, Swingin' at the Savoy, Can't Top the Lindy Hop).

Negli anni '50, con il declino della danza swing, completamente soppiantata dal rock'n'roll, Frankie abbandona le scene e lavora come postino per oltre trent'anni. Nel 1987 all'età di 72 anni, incoraggiato dal Erin Stevens, riprende l'attività d'insegnamento e cura le coreografie di Black&Blue, messo in scena a Broadway. Nei primi anni 90 è consulente di Spike Lee per il film Malcom X.

Studiando le sue videocassette gran parte del lindyhoppers moderni hanno imparato i primi swing out ed il triplo passo. Chiunque balli il lindy hop porta dentro di sé qualcosa di Frankie Manning. Senza di lui il lindy Hop non sarebbe il ballo che conosciamo.

La grande depressione del 1929 e la nascita del Lindy Hop

In America, negli anni 20 si registrò un aumento enorme della produzione industriale e la crescita di profitti e dividendi. Albergò in molti la convinzione che la scienza e la tecnica sarebbero state in grado di risolvere ogni male, ed avrebbero garantito in breve tempo benessere, prosperità e sicurezza economica a tutti. Vi fu una assoluta fiducia nell'individualismo e nel totale liberismo economico.
Dopo la fine della prima guerra mondiale si manifestò in Europa una ripresa delle attività produttive nel campo dell'industria e soprattutto della produzione agricola. Negli Stati Uniti, a seguito della riduzione della domanda di prodotti agricoli dall'Europa, i prezzi delle derrate presero a precipitare a causa dell'enorme accumulo di scorte rimaste invendute. Tonnellate di grano e caffè, furono distrutte allo scopo di farne salire il prezzo. In tali condizioni l'agricoltore americano fu costretto a ridurre le sue spese, e di questo risentì l'industria che non riusciva a collocare i prodotti sul mercato, sebbene i prezzi fossero progressivamente diminuiti. I contadini non parteciparono all'ondata di benessere del dopoguerra. Inoltre la distribuzione della ricchezza era molto diseguale. Negli Stati Uniti dell'epoca 200 individui disponevano di un reddito di 1 milione di dollari all'anno o più, ma l'86% dei redditi personali era al di sotto dei 200 dollari.
In quegli anni Charlot, in "Febbre dell'oro" e "Tempi moderni", denunciò silenziosamente la barbarie di un mondo di disoccupati e vagabondi e protestò contro il mondo del capitale e la disumanità della produzione a catena.
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Ecco cosa scrisse Ford ne "La mia vita e la mia opera, (editrice Apollo, Bologna 1925) sulla produzione a catena: Dividere e suddividere le operazioni, tenere il lavoro in movimento: queste sono le chiavi della produzione. Il preciso risultato dell'applicazione di queste massime è la riduzione della necessità di pensiero da parte degli operai e la eliminazione di ogni loro movimento superfluo. L'operaio deve fare possibilmente una cosa sola con un solo movimento.
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Giovedi 29 ottobre 1929 la clamorosa caduta delle azioni e dei titoli alla Borsa di new York segnò l'inizio di quella che fu chiamata la "grande depressione". Il mercato fu invaso da un'ondata di panico che portò al crollo di tutti i titoli in Borsa, al fallimento ed alla rovina di migliaia di imprenditori e risparmiatori. Alla fine di quel tragico mese di ottobre, gli americani persero quaranta miliardi di dollari. I disoccupati si contarono a milioni: 8 milioni nel 1930, 13 milioni nel 1933.
In proporzione i disoccupati neri furono i più numerosi. Si è calcolato che nel 1932 il 65% dei neri in grado di lavorare, fu costretto a ricorrere alla pubblica assistenza. Un blues dell'epoca ci da' un quadro della situazione:

It's hard time here, hard time everywere,
It's hard time here, hard time everywere,
It's hard time here, hard time everywere,

I went down to the factory where I worked for years,
I went down to the factory where I worked for years ago,
And the boss man tol' me that I ain't comin' here no mo',

And we have a little city that they call down in Hooverville,
We have a little city that they call down in Hooverville.
Times have got so hard, people, they ain't got no place to live.

[le Hooverville, così chiamate "in onore del presidente degli Stati Uniti Hoover, erano delle baraccopoli costruite con materiali di fortuna]

(tratto da Jazz, di A. Polillo)

Non andò sicuramente meglio ai musicisti neri. Il jazz era una musica ancora destinata alla minoranza nera ed i neri subivano pesanti discriminazioni razziali. Molti grossi calibri della scena jazzistica dell'epoca attraversarono l'Atlantico per approdare nella più accogliente Europa, in particolare in Francia ed Inghilterra, dove trovarono un pubblico entusiasta e meno incline alla discriminazione per motivi di razza. Brahms, Dvorak, Ansermet, Stravinsky, Ravel, si entusiasmarono ascoltando il jazz; gli intellettuali europei furono affascinati dai ritmi e dalle danze dei neri afroamericani. Duke Ellington, Louis Armstrong, Noble Sissle, Coleman Hawkins, nel corso dei loro più o meno lunghi soggiorni nel vecchio continente, lasciarono importanti testimonianze che trovarono terreno fecondo ed una nutritissima schiera di appassionati.
Negli anni della grande depressione, New York ebbe un milione e mezzo di disoccupati, tra questi un gran numero musicisti, di cui una buona parte proveniva da Chicago, dove la polizia aveva chiuso quasi tutti gli speakeasies.
In questa situazione socio economica, il Savoy Ballroom, una delle poche imprese redditizie di Harlem, ebbe l'opportunità di scritturare a poco prezzo, delle buonissime orchestre che ingaggiarono le cosiddette battaglie del jazz, davanti ad un pubblico entusiasta di ballerini. Il Savoy Ballroom, frequentato dalla gioventù nera di Harlem, era una bellissima sala da ballo con una pista lunga oltre settanta metri e larga quindici. Il prezzo d'ingresso era popolare (circa mezzo dollaro per una serata) ed i musicisti ricevevano come compenso il minimo sindacale, che per l'epoca era comunque una buona paga.
In questo ambiente esplose il fenomeno del Lindy Hop, che originariamente si ballo' quasi esclusivamente al Savoy (di qui la denominazione Original Lindy Hop Savoy Style). Dopo qualche anno, con l'avvento dell'era dello swing, il Lindy Hop divento' una vera e propria mania, ed i suoi seguaci, i cosiddetti Jitterbugs, misero a soqquadro per oltre un decennio le sale da ballo con le loro evoluzioni acrobatiche ed i movimenti scatenati.
Il primo grande ballerino di Lindy Hop fu Shorty George Snowden, che secondo la leggenda, confermata anche dai racconti di Frankie Manning, diede il nome al ballo. Nel 1928 a New York si svolse una maratona di danza, quasi in concomitanza con la storica trasvolata di Lindberg (soprannominato Lindy) sull'Atlantico (Hop - balzo, salto), che colpì grandemente l'immaginario collettivo dell'epoca. Shorty George Snowden ad un certo punto improvvisò alcuni passi secondo uno stile in voga ad Harlem, ed alcuni gli chiesero di cosa si trattasse; allora Shorty, dopo averci pensato un momento, rispose: <<"I'm doin' the Hop...the Lindy Hop">>.
Il Lindy Hop fu sin dall'origine una danza sociale di evasione, espressione genuina dell'istinto nero, puro ritmo ed energia, difficilmente imbrigliabile nei tecnicismi e negli schemi classici, propri di altre danze e differenti culture.

Nel 1932 Roosevelt fu eletto presidente degli Stati Uniti e si trovò ad affrontare una situazione disperata. La politica di Roosevelt fu quella di sostituire l'inazione delle precedenti amministrazioni (lasseiz faire) con l'azione e l'intervento, che si sostanziarono nel deciso ingresso della mano pubblica in campo economico e sociale.
Tuttavia, i neri non furono tra i primi a beneficiare degli indubbi progressi economici e sociali del "New Deal" di marca roosveltiana. Un blues dell'epoca cosi recitava:

Now I'm gettin' tired of sittin' around,
I ain't makin' a dime, just wearing my shoe-sole down,
Now everybody's cryin' "let's have a New Deal"
Cause I've got to make a livin' if I have to rob or steal.

Now I ain't made a dime since they closed down the mill,
I'm sittin' right here waitin' on that brand New Deal

Traduzione (da Jazz, di A. Polillo):
Ora comincio a stufarmi di stare seduto ad aspettare qua e là,
non guadagno un soldo, consumo soltanto le suole delle scarpe,
ora tutti dicono: "Dobbiamo avere un New Deal",
perchè io devo pur vivere, a costo di rapinare o di rubare.

Non sto guadagnando un soldo da quando hanno chiuso la fabbrica,
ora me ne sto qui seduto ad aspettare questo benedetto New Deal.

Roosevelt con la sua politica rimise in moto l'economia degli Stati Uniti. Aiuto' gli agricoltori a vendere ad un prezzo remunerativo i prodotti della terra mettendoli in condizione di acquistare i manufatti dell'industria. Emano' leggi in difesa dei lavoratori ed a salvaguardia dei diritti sindacali, leggi che introdussero strumenti di protezione sociale contro la disuccupazione, provvedimenti per la costruzione di abitazioni decorose per le famiglie a basso reddito, misure a tutela del risparmio ed in difesa delle industrie strategiche (petrolio e carbone), azioni concrete per lo sviluppo delle aree depresse. Lo Stato si fece carico anche delle esigenze e dei bisogni delle classi sociali più deboli.
Intanto cominciò a prendere forma il movimento musicale e culturale che portò all' Era dello Swing. Lo swing divenne un vero fenomeno di massa che investì tanto i bianchi quanto i neri, fu forse il primo fenomeno sociale veramente trasversale nella storia degli Stati Uniti dalla fine della segregazione razziale.

Mario Sabatino


Bibliografia:
Arrigo Polillo, Jazz, ed. 2001, Milano, Mondadori
F. Catalano, Stato e società nei secoli, G. D'Anna, Messina-Firenze, 1968
H.C. Hoover, in R. Hofstadter, Le grandi controversie della storia americana, Opere Nuove, Roma, 1966
H. Ford, La mia vita e la mia opera, Editrice Apollo, Bologna, 1925
D. Thomson, Storia d'Europa dalla Rivoluzione francese ai giorni nostri, feltrinelli, Milano, 1961
F.D. Roosevelt, in F. Mancini, L'età di Roosevelt, Il Mulino, Bologna, 1962
H. Wallace, in F. Mancini, L'età di Roosevelt, Il Mulino, Bologna, 1962
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